Il diario
Di seguito, la Fiera del Libro vista con gli occhi del nostro reporter Roberto, inviato dalla redazione romana di Zainet, che ha raccontato per noi le interviste, ma, soprattutto, le emozioni vissute in questa staordinaria trasferta.
Torino, di tutto di più!
Dalla Fiera del Libro 2006,
Torino, Lingotto

L’avventura è iniziata parlando in inglese. Prima di partire alla
volta di Torino come inviato di “Zai.net”, giovedì 4 maggio, ho dovuto
sostenere un esame del corso Trinity, che fortunatamente ho passato. La
mattinata era limpida, il sole splendeva nel cielo e le colline intorno
alla città sembravano più rigogliose del solito: tutto faceva presagire
a un’esperienza straordinaria, che mi ha regalato emozioni e incontri
che mai avrei immaginato di poter vivere a soli sedici anni.
Il pomeriggio prima della partenza era corso via secondo le consuete
abitudini: trasmissione radiofonica, si parlava di università e lavoro,
e breve passeggiata in compagnia di Alessio, il mio direttore
radiofonico, per le vie assolate di Roma: avevo nel cuore un senso di
ansia e d’incertezza che mi accompagnano in ogni circostanza,
figuriamoci quando si tratta della prima volta da inviato speciale, a
500 chilometri da casa, in una manifestazione così importante come la
Fiera del Libro, alla quale avrebbero partecipato alcuni tra gli
scrittori più importanti del mondo e tante firme del giornalismo,
nonché vari politici e qualche futuro ministro.
Nel fare la valigia, confesso che sentivo addosso tutto il peso del
compito al quale ero stato chiamato; mi affliggeva la terribile ipotesi
di non dimostrarmi all’altezza, di deluderli dopo tanti mesi di ottima
amicizia e di proficua collaborazione; mi perseguitava la domanda: “E
se sbaglio, e se mentre intervisto qualcuno lo innervosisco, o faccio
domande scioccamente retoriche?”. Quella notte non ho dormito, non sono
riuscito neanche a leggere i giornali tanta era l’agitazione che mi
aveva assalito, e dopo aver chiuso il bagaglio ho fatto tre volte il
giro di tutta la casa per vedere se avevo dimenticato qualcosa, per
controllare se avevo messo in borsa il taccuino a spirale e l’agenda, il registratore, il block notes, diverse penne e tutti gli
oggetti indispensabili per un “giornalista” in trasferta. Non
riuscivo a prendere sonno, ho provato a controllare il nervosismo
scrivendo qualche appunto e battendolo furiosamente sulla tastiera del
computer, ma non c’è stato niente da fare; così mi sono rassegnato e ho
alzato gli occhi verso il soffitto per riflettere e ripensare a quella
lunga riunione redazionale che avevo avuto due giorni prima di partire
con Lidia, Simona e Eleonora, la nostra editrice e le mie “colleghe”
romane, nella quale avevamo organizzato tutto il lavoro da svolgere e
selezionato i personaggi da intervistare. Ero incredulo all’idea di
poter stringere la mano e stare a contatto per qualche minuto con gente
del calibro di Luciano Violante e Giancarlo Caselli.

Sette lunghe, interminabili ore di viaggio verso il capoluogo
piemontese, in un pomeriggio d’afa e di sonnolenza, dove la stanchezza
e il torpore dei passeggeri mi ricordavano alcune letture dell’
infanzia, con le infinite tradotte di deportati di Tolstoj che
viaggiavano nel silenzio verso l’ignoto. Ho corso attraverso
molteplici paesaggi, con un occhio sulla pagina del giornale che stavo
leggendo e l’altro fuori dal finestrino: ho osservato le pianure e le
colline toscane, i vigneti, la placidità del mare di Livorno, la
bellezza delle Cinque Terre, dei paesini e delle coste frastagliate
della Liguria, i campi di cereali invasi dal sole del tramonto delle
Langhe nell’area dell’astigiano.Poi, verso le 19,30, ecco una scritta
bianca su sfondo blu: Torino Lingotto. Era la mia. Sono sceso, e ad
attendermi alla stazione c’era Simona, stanca e provata da una giornata
di lavoro intenso, che come tutti i primi giorni si era dimostrata più
faticosa del previsto. Sono arrivato alla Fiera verso le otto di sera,
mi hanno accreditato come membro del servizio interno e rilasciato il
pass stampa che avrei dovuto esibire ogni giorno all’ingresso del
Lingotto. Allo stand erano tutti sfiniti: una giornata di rara
intensità aveva messo a dura prova le loro risorse energetiche e
sinceramente non credevo avessero ancora la forza di rimanere un’altra
ora e mezzo nelle sale della Fiera per assistere alle ultime conferenze
della giornata. Mi hanno accolto tutti con gioia, Renato, il nostro
direttore responsabile, mi è venuto incontro, insieme al fratello
Daniele, con un sorriso, Simonetta ed Elena mi hanno salutato con
calore, Davide mi ha dato una pacca sulla spalla, Lidia si è dimostrata
assai contenta di vedermi finalmente lì tra loro, Ele mi ha dato due
bacioni affettuosi e condotto a fare un rapido giro per gli stand
fornendomi anche delle utili indicazioni sui luoghi su cui concentrarsi
l’indomani. La prima intervista che ho realizzato, la sera stessa del
mio arrivo, è stata a Michele Serra, il celebre notista satirico che
scrive su giornali e riviste importanti come La Repubblica e L’
Espresso. Abbiamo parlato per circa cinque sei minuti, poi l’ho
lasciato andare: aveva il volto sorridente, ma anche lui sfinito da una
giornata evidentemente snervante, e le sue risposte sono state tutte
appropriate e coraggiose, ricche di verve e di quell’umorismo sottile
che lo caratterizza.
Tra i tanti incontri di cui vado orgoglioso (di molti testimoniano le
foto qui a fianco) ce ne sono alcuni che davvero non dimenticherò mai:
Antonio Caprarica, lo storico corrispondente della Rai a Londra, ora
capo dell’ufficio Rai a Parigi, dotato della simpatia schietta e
gradevole di un salentino e del garbo e della gentilezza di un Lord
inglese; Piero Angela, il più grande giornalista scientifico italiano,
stremato dalle richieste di autografi e dagli inviti, ma comunque
estremamente cortese e disponibile a farsi intervistare da un “giovane
reporter” qualunque; Mercedes Bresso, la presidentessa del Piemonte,
che ho intervistato insieme a Giulio, un collega di Torino, pacata e
misurata nei toni, ma espressiva e significativa nei concetti e nelle
affermazioni; Joseph Kamsu Tchuente, uno scrittore camerunense
sconosciuto al grande pubblico e autore del libro “Il fortunato dottore
e l’infelice badante”, edito dalla casa editrice “Robin”, capace di
parlare autorevolmente di infibulazione e di prostituzione, di
sfruttamento del lavoro minorile, delle guerre dimenticate dell’Africa
e delle continue rappresaglie e devastazioni operate dai predoni arabi
contro i poveri villaggi del Sudan e della Nubia; Eugenio Giudice e
Gianni Boscolo, autori del libro “I giochi sono fatti. Torino 2006
Diario di una città olimpica”, che con il loro racconto lirico delle
olimpiadi invernali mi hanno emozionato e riportato alla mente quei
giorni che seguii da Roma con una serie di trasmissioni e di speciali
radiofonici. A un tratto Eugenio mi guarda negli occhi e mi fa: “Mi
sento orgoglioso di essere torinese”, e io ho risposto: “E io, da
romano, ti rispondo con le parole di Carlo Azeglio Ciampi: mi sento
orgoglioso di essere italiano”, e ci siamo stretti la mano con gli
occhi lucidi, quasi commossi. Tra le tante fortune che ho avuto finora,
mi è capitato di incontrare e di intervistare, proprio a Torino, uno
dei più grandi magistrati italiani, Giancarlo Caselli, e l’ex
presidente della Camera, Luciano Violante, due figure eccezionali, alle
quali ho voluto bene fin dal primo istante in cui le ho viste come se
fossero per me un padre o un nonno. Con entrambi abbiamo parlato del
futuro dell’Italia e dei giovani, della Costituzione e delle
aspettative riposte nel nuovo governo, e le loro affermazioni erano
così belle, così concrete, per nulla enfatiche, ripulite da quella
insulsa retorica propria di molti politici che ci ha afflitto durante
tutto il periodo della campagna elettorale.

Nei tre giorni di Fiera, ho
parlato anche con due ragazze di Johannesburg, venute in Piemonte
grazie a un progetto di scambi interculturali. Ho domandato loro come
era la vita in Sudafrica per i neri dopo l’abolizione del regime d’
apartheid, nel 1991, e cosa avrebbero serbato nel loro cuore di quest’
esperienza italiana; e le loro risposte sono state non convenzionali,
non standardizzate, ma sentite, proprie di persone che erano veramente
entusiaste di essere lì e di condividere le proprie esperienze con i
ragazzi italiani: “Dopo la fine dell’apartheid i neri del Sudafrica
sono tornati ad esistere”, mi hanno detto quasi all’unisono.
La
postazione radiofonica di “Zai.net” si trovava nello stand della
Regione Piemonte, e questo ci ha consentito di intervistare numerosi
assessori regionali: tutte persone competenti e preparate, disponibili
al dialogo e piacevoli da ascoltare. Personalmente mi è capitato di
conoscere la Migliasso, assessore al Welfare; la Pentenro, assessore
all’Istruzione e D’Ottavio, assessore alla Formazione Professionale
Istruzione ed Edilizia Scolastica.
E infine, un grande cantante, Marco
Carena, uno che con frasi semplici e scarne, è sempre riuscito ad
attaccare le nefandezze del mondo e ad esprimere con un tocco di
lirismo poetico gli aspetti più belli dell’esistenza di un uomo e i
colori e le tradizioni del suo Piemonte.
Ma Torino non è stata solo un’
esperienza di lavoro o un’occasione, è stata anche la possibilità di
instaurare straordinari rapporti umani e d’amicizia con colleghi che
vivono lontani ma non per questo si sentono tali.
Torino ha la bellezza regale dei suoi palazzi ricchi di fregi e di
arabeschi, e delle sue strade sferzate dal vento che spira dalle Alpi e
smuove le acque tranquille del Po, ha il fascino incantevole della sua
storia e di quelle strade dove ad ogni passo senti sotto di te le orme
di un illustre predecessore che è passato di lì, ha la magia delle Alpi
imbiancate che svettano sullo sfondo insieme alla Mole e al parco del
Valentino con la reggia e i castelli degli antichi sovrani, ha l’
incanto dei viali alberati e dei portici che compongono uno scenario
che sembra aver preso una caratteristica da ogni capitale europea.
Torino ha qualcosa di tutto: è una straordinaria composizione di
luminosità e colori vivaci.
La notte alleviavo la nostalgia della famiglia, che comunque si faceva
sentire, scrivendo il mio diario, e annotavo su quei fogli di carta
riciclata il bilancio quotidiano: avevo davanti la finestra aperta e mi
piaceva osservare la luce dei lampioni riflessa sui muri dei palazzi e
la bandiera del granata del Torino, che mi ricordava di essere passato
davanti al colle di Superga, dove persero la vita i giocatori del
“Grande Torino” di Mazzola e Loik nello schianto aereo del 4 maggio
1949. Per le strade si avvertiva un certo sentimento di commemorazione.
E tra le tante frasi che mi è capitato di scrivere fino a notte fonda,
ce n’è una che ho appuntato appena tornato a casa, che mi sembra un
piccolo bilancio della mia esperienza: “Sono partito con una valigia
pesante, ma ritorno a casa con una valigia impossibile da portare tanto
è il peso delle emozioni contenute in quel bagaglio di stoffa,. tanti
sono i libri autografati e i sorrisi che mi restano indelebili nel
cuore”. Confermo quelle parole, e vi ringrazio tutti: non dimenticherò
mai la cortesia dei dirigenti Rai, che mi hanno consentito di
realizzare alcune interviste nei loro studi, e dentro di me porterò
sempre il vostro sorriso affettuoso.
Roberto, 16 anni Liceo Classico di Monterotondo (Roma)